“Non so cosa fare quando si agita”: un piccolo aiuto per chi assiste ogni giorno
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C’è un momento che chi fa il caregiver conosce bene.
Quello in cui la persona che ami, tuo padre, tua madre, tuo marito, si agita, si irrigidisce, inizia a dire cose che non tornano, o ti guarda come se fossi un estraneo. E tu sei lì, immobile, con il cuore in gola, che ti chiedi: cosa faccio adesso?
Nessun manuale te lo insegna davvero. I corsi parlano di “gestione dei comportamenti difficili”, ma quando sei in cucina alle otto di sera e la situazione sta degenerando, le slide del corso sembrano lontanissime.
Questo articolo è per quei momenti.
Prima di tutto: non cercare di capire tutto in quel momento
Il primo istinto è capire perché sta succedendo. Ha mal di testa? Ha avuto un brutto sogno? Hai fatto qualcosa di sbagliato?
In quel momento, però, potresti non riuscire a trovare subito una risposta. E mentre l’agitazione è già alta, insistere con domande, spiegazioni o tentativi di ragionamento può aumentare la tensione. Le possibili cause, dolore, disagio fisico, stanchezza, rumore, cambiamenti nell’ambiente o nella routine, non vanno ignorate: possono essere valutate con maggiore attenzione quando la situazione lo permette.
Quello che puoi fare, invece, è agire sull’ambiente e su te stesso. Subito.
Le 3 cose da fare (anche quando la mente va in bianco)
1. Abbassa il tono della voce
Non alzarlo per farti sentire. Cerca invece di parlare con calma, lentamente, usando frasi semplici e lasciando alla persona il tempo di rispondere.
In un momento di agitazione, il modo in cui comunichi può fare la differenza. Un tono tranquillo e non minaccioso può aiutare a ridurre la tensione, mentre parlare velocemente, insistere o cercare di convincere la persona può rendere la comunicazione ancora più difficile.
Prima di rispondere, prova anche tu a rallentare per qualche secondo. Abbassa le spalle, fai un respiro e poi parla.
2. Riduci gli stimoli intorno
Televisione accesa, luce troppo forte, più persone che parlano, rumori dal corridoio: troppi stimoli possono aumentare il disagio e rendere più difficile orientarsi, soprattutto per una persona con demenza o disturbi cognitivi.
Non serve fare grandi gesti. Spegni la TV se non è necessaria. Riduci i rumori, limita per qualche minuto il numero di persone presenti e cerca di creare un ambiente più tranquillo. Anche la luce può fare la differenza: meglio evitare condizioni troppo intense, insufficienti o che creano ombre e riflessi confondenti.
Ridurre gli stimoli non significa isolare la persona: significa provare a rendere l’ambiente più semplice e meno faticoso da interpretare in un momento di difficoltà.
3. Non contraddire, accompagna
Questa è forse la cosa più difficile. Perché va contro l’istinto.
Se dice qualcosa che non è vero, se si lamenta di qualcosa che tu non riesci a vedere o se è convinto di dover andare da qualche parte, il riflesso naturale è correggere: “No, papà, non devi andare da nessuna parte.” “Stai sbagliando.” “Quello non è successo.”
Ma insistere nel correggere, discutere o cercare di convincere la persona può aumentare la tensione. In quel momento, ciò che sta vivendo può essere per lei molto reale, anche se tu sai che le cose stanno diversamente.
Questo non significa darle ragione su tutto o confermare qualcosa che non è vero. Significa piuttosto ascoltare ciò che sta cercando di comunicare e riconoscere l’emozione che c’è dietro.
A volte una frase semplice come “Capisco che questa cosa ti preoccupa”, “Sono qui con te” oppure “Vediamo insieme cosa possiamo fare” può essere più utile di una lunga spiegazione.
L’obiettivo, in quel momento, non è dimostrare chi ha ragione: è cercare di ridurre la tensione e far sentire la persona ascoltata e al sicuro.
Una cosa che nessuno dice abbastanza
In quei momenti, anche il modo in cui ti muovi e ti poni può influire sulla situazione.
Se sei teso, spaventato o esausto, e può succedere facilmente, potresti parlare più velocemente, irrigidire la postura o muoverti in modo più brusco senza nemmeno accorgertene. Una persona con demenza può avere difficoltà a comprendere le parole, ma continuare a cogliere il tono della voce, le espressioni del viso, la postura e altri segnali non verbali.
Non si tratta di fingere di stare bene o di sentirti responsabile della sua agitazione. Si tratta, quando è possibile, di concederti qualche secondo prima di reagire.
Rallenta. Abbassa le spalle. Fai un respiro. Evita movimenti bruschi e avvicinati rispettando il suo spazio.
Sono pochi secondi, ma possono aiutarti ad affrontare quello che sta succedendo con maggiore calma.
Dopo che si calma: prenditi cura di te
Una volta che la situazione si stabilizza, c’è una tendenza comune: andare avanti come se niente fosse. Rimettere a posto, continuare con la cena, rispondere al messaggio che aspettava.
Ma un episodio di agitazione può essere faticoso anche per chi assiste. Può lasciarti addosso tensione, stanchezza e magari il pensiero: “Avrei potuto gestirlo meglio.”
Quando puoi, concediti qualche minuto per fermarti. Può essere utile anche annotare brevemente cosa è successo: cosa stava accadendo prima dell’episodio, come si è manifestata l’agitazione e cosa sembra aver aiutato a ridurla. Nel tempo, queste informazioni possono aiutarti a riconoscere situazioni o possibili fattori ricorrenti e possono essere utili anche quando ne parli con il medico o con chi segue la persona.
Parlarne con qualcuno può aiutare, soprattutto quando questi episodi diventano frequenti o particolarmente difficili da gestire.
E soprattutto, non trasformare ogni episodio in un esame su quanto sei stato bravo come caregiver. Non esiste una risposta perfetta valida per ogni persona e per ogni situazione.
Quando questi episodi diventano frequenti
Se l’agitazione si ripete spesso, diventa più intensa oppure noti un cambiamento improvviso rispetto al comportamento abituale, è importante parlarne con il medico o con lo specialista di riferimento.
Un aumento dell’agitazione o della confusione non va automaticamente attribuito alla demenza. A volte possono esserci cause fisiche o ambientali da individuare: dolore, infezioni, stitichezza, effetti indesiderati dei farmaci, disturbi del sonno, cambiamenti nella routine o altre condizioni di disagio.
Per questo può essere utile riferire anche quando sono iniziati gli episodi, quanto durano, cosa accade subito prima e se hai notato altri cambiamenti nel comportamento o nelle condizioni della persona.
Se il cambiamento è improvviso o particolarmente marcato, è bene segnalarlo tempestivamente al medico o al servizio sanitario di riferimento.
Chiedere aiuto non significa non essere riusciti a gestire la situazione: significa cercare di capire se dietro quel comportamento c’è qualcosa che può essere affrontato o trattato.
In sintesi
Quando non sai cosa fare, prova a partire da poche cose semplici:
Parla con calma. Riduci gli stimoli intorno. Evita di discutere o di insistere nel correggere.
Osserva quello che sta succedendo e, quando la situazione lo permette, prova a capire se può esserci un disagio fisico, un cambiamento nell’ambiente, nella routine o qualche altro fattore che ha contribuito all’agitazione.
Non esiste una strategia che funzioni sempre. Ogni persona è diversa e anche due episodi della stessa persona possono avere cause e sviluppi differenti.
L’obiettivo non è gestire tutto alla perfezione, ma ridurre la tensione, cercare di comprendere ciò che la persona sta comunicando e affrontare un momento difficile nel modo più sicuro e tranquillo possibile.
E ricordati che anche tu fai parte della situazione: prenderti qualche secondo per rallentare non significa perdere tempo. Significa darti la possibilità di scegliere come reagire, invece di reagire d’istinto.
💛 Un regalo per te…
Ho preparato una checklist semplice da tenere a portata di mano per aiutarti nei momenti difficili.
Hai vissuto una situazione simile? Scrivi nei commenti come l’hai gestita. La tua esperienza può essere preziosa per chi sta leggendo oggi.

